Lo sapevate che nel Medioevo il Salento era attraversato da una grande foresta che si estendeva da Brindisi fino a Otranto? E’ proprio così. A testimoniarlo sono rimaste solo poche “isole” di quella grande foresta. Il bosco di Rauccio, a pochi chilometri dal capoluogo lungo la costa tra Torre Chianca e Torre Rinalda, è considerato uno degli ultimi lembi di quella foresta costituita in gran parte da lecci. Il bosco di Rauccio è scampato alle dure leggi della bonifica e della riconversione dei terreni all’agricoltura soltanto perché sorge per la gran parte su terreni rocciosi, poco adatti a fini agricoli. Proprio in quest’area, sorge il “Parco Regionale Bosco e Paludi di Rauccio”.

A volerlo fortemente è stata la sezione leccese del Wwf che non si è mai risparmiata nel salvaguardare e proteggere quest’area. Oggi il Parco di Rauccio si estende per 625 ettari che includono il bosco a lecceta di circa 18 ettari, una zona umida di circa 90 ettari, due bacini costieri (Idume e Fetida), realizzati insieme con i tre canali (Rauccio, Gelsi e Fetida) per la bonifica dei terreni e la confluenza di acque sorgive. Il percorso inizia di fronte alla masseria Rauccio, uno degli insediamenti fortificati che fra il XVI e il XVII secolo furono eretti lungo la costa per proteggere gli abitanti dalle scorrerie dei saraceni e dei pirati. Della masseria Rauccio oggi restano la Torre diventata il centro visite del Parco, e un rudere della Cappella.

Ci si incammina in direzione del mare attraverso alcune strade sterrate abbastanza battute che, lambendo il bosco, conducono fino alla litoranea. La si attraversa in prossimità delle prime case del borgo di Spiaggiabella e si continua a camminare, tra canneti e giuncheti, in direzione sud seguendo il canale, fino a raggiungere il bacino dell’Idume. Si cammina ancora fino a giungere alla foce del bacino, sulla spiaggia di Torre Chianca. Si torna indietro costeggiando il lato interno delle dune e si attraversa nuovamente la strada asfaltata per rientrare nel Parco. Giunti al limite orientale del bosco, si gira a destra verso la Specchia della Milogna e si attraversa il bosco.

 

Fonte: Salento istruzioni per l'uso


Cesine è un termine medievale che sta per “silva caedua” cioè boscaglia selvaggia da sottoporre a taglio periodico. Le Cesine sono una grande oasi, un polmone di verde a pochi chilometri da Lecce.Un viaggio in questa zona umida, ultimo tratto superstite delle vaste paludi che un tempo si estendevano tra Brindisi e Otranto, è un tuffo nella natura e tappa fondamentale per molte specie di uccelli migratori in viaggio verso l’Africa. L’area (riconosciuta con decreto ministeriale del 1971 “zona umida di valore internazionale” per un’estensione di 880 ettari, sulla base del Trattato di Ramsar) è gestita da tempo dal Wwf, ma soltanto da alcuni anni si può considerare un’area realmente protetta.

Da quando, in modo particolare, fu ristrutturato e risistemato il Centro Visite (una masseria che attualmente dispone di una piccola foresteria). Grazie al progetto “Life” e all’intervento della Provincia, infatti, è stata creata una nuova arteria che rispetta l’area protetta. Si arriva la centro visite da questa nuova strada, imboccando una traversa in direzione del mare adeguatamente indicata da un’apposita segnaletica. Si procede con la visita lungo i “sentieri natura” attrezzati con punti d’osservazione e cartelli illustrativi. Per arrivare alla torrette d’osservazione si attraversa prima di tutto il bosco formato essenzialmente da pinete a pino d’Aleppo. Facendosi strada fra i canneti, si arriva ai capanni d’osservazione. Sono delle piccole palafitte in legno, da cui si può avere l’idea di quanto siano estese le paludi.

 Dalle fessure di osservazione dei capanni e grazie ai binocoli è possibile osservare le moltissime specie di uccelli che popolano le paludi, crocevia delle principali rotte di migrazione del Mediterraneo. L’Oasi è frequentata da mignattai, spatole, cavalieri d’Italia, aironi bianchi maggiori, falchi pescatori. Durante l’inverno gli stagni sono affollati di moriglioni, codoni, volpoche, folaghe. Si ritorna al Centro Visite dallo stesso sentiero.
Il Centro Visite dell’Oasi Le Cesine è aperto tutto l’anno; in inverno dalle 9 alle 17, in estate dalle 9 alle 18. Visite guidate domenica e giorni festivi alle 10.

 

Fonte: Salento istruzioni per l'uso 


Splendide scogliere, scorci di mare, macchia di grande impatto e un tuffo nella storia, alle radici del Salento. Sono le emozioni e le suggestioni dell’itinerario trekking “In mezzo la Poesia” ideato dallo Studio Ambientale Avanguardie. Si parte da Torre Sant’Andrea e si arriva a Torre Specchia Ruggeri  camminando lungo la costa del Comune di Melendugno. Proseguendo, si passa davanti allo scoglio delle Due Sorelle, uno degli angoli da cartolina più fotografati del Salento. Si passa poi attraverso la spiaggia di Torre dell’Orso. Appena usciti da Torre dell’Orso, dopo poche centinaia di metri percorsi sulla scogliera compaiono i resti di Roca e la Grotta della Poesia.La Grotta della Poesia è un luogo magico, una grande conca naturale dove è possibile immergersi nelle acque cristalline. Collegata sempre attraverso un piccolo canale sotterraneo c’è la “Poesia Piccola”, molto più importante sotto il profilo archeologico.

La certezza che fosse un luogo di culto viene dalle numerosissime iscrizioni che coprono circa seicento metri quadrati delle pareti. Si prosegue lambendo i resti del castello di Roca Vecchia, con i suoi misteri e le sue preziosissime testimonianze che attraversano i secoli, dall’età del bronzo fino al Medioevo. La straordinarietà del luogo è data prima di tutto dai ruderi degli imponenti insediamenti medievali, che sono gli ultimi di ben tre città fortificate. Lo strato più profondo degli scavi rivela i resti di un importante insediamento preistorico. Delle fortificazioni più antiche si conservano le fondazioni e qualche filare dell’alzato. Le mura, lunghe ben 1.400 metri, proteggevano la città dalla terraferma ma non dal mare, avevano uno spessore di circa tre metri ed erano costruite con blocchi di calcare squadrati. Abbandonata dai Messapi, Roca fu abitata anche in età ellenistica e romana. Ma soltanto nel XIV secolo divenne nuovamente una città fortificata grazie a Gualtieri VI di Brienne, la sua esposizione non potè sottrarla all’assalto dei turchi che la conquistarono nel 1480.

La fine di Roca, preda troppo facile di pirati, fu tragica: la città venne abbattuta dagli stessi uomini di Carlo V e gli abitanti si ritirarono nell’entroterra. Lasciatisi alle spalle l’area archeologica si prosegue sulla scogliera di Roca, attraversando la zona abitata per poi raggiungere la spiaggia dove sorge l’ex Centro di accoglienza “Regina Pacis “, per poi raggiungere l’abitato di San Foca. Sempre camminando in riva la mare, si passa nel centro abitato dove si incontra il nuovo porticciolo, la torre e la spiaggia. Una volta usciti da San Foca si continua a camminare lungo la costa ma finalmente in un contesto di natura priva di contorno edilizio. Il percorso si conclude davanti alla Torre Specchia Ruggeri, che si raggiunge con facilità.

 

Fonte: Salento istruzioni per l'uso


E’ un viaggio straordinario tra dolmen e menhir, che con il loro carico di storia e di enigmi dominano un paesaggio dolce, orlato di  muretti a secco e decorato con ulivi secolari. Il menhir di San Paolo che sorge sul banco roccioso della cripta di San Paolo, a circa un metro e mezzo di altezza rispetto al piano stradale. Nella nicchia scavata alla base ci sono degli affreschi dei Santi Pietro e Paolo. Si percorre, la strada asfaltata e, dopo alcune decine di metri,ci si imbatte nel menhir di Vicinanze I, appena fuori del paese. Proseguendo ancora sulla stessa strada a pochi metri di distanza si incontra il menhir Vicinanze II. Percorrendo i primi cinquanta metri della strada comunale Giurdignano-Giuggianello ci si inoltra tra gli uliveti e i muretti a secco, si oltrepassa la strada “Quattromacine” e attraverso i campi incolti si arriva al dolmen Stabile, che è senza dubbio uno dei più belli del Salento.

Il dolmen risale all’inizio del secondo millennio avanti Cristo, ha una forma rettangolare con una lastra di copertura che misura due metri e sessanta centimetri per un metro e ottanta, che poggia su due ortostati ed una serie di blocchi. Alle spalle del dolmen c’è un sentiero tra i campi incolti che conduce alla Masseria Quattromacine. Da qui si imbocca una vecchia strada asfaltata e prendendo la seconda traversa a sinistra si sbuca sulla strada provinciale Palmariggi-Minervino. Dopo averne percorso pochi metri in direzione di Minervino, camminando tra gli oliveti si giunge alla zone di rocce affioranti del Masso della Vecchia, una singolare costruzione megalitica che richiama le forme di un dolmen.

Si tratta di una particolare attrattiva per geologi e naturalisti , poiché la conformazione di alcuni massi di calcare compatto ha fatto nascere una leggenda, tramandata da Aristotele, legata al mito di Ercole e all’origine delle acquee sulfuree di Santa Cesarea Terme. Questo masso insomma, sarebbe stato staccato dalle scogliere per essere lanciato nell’entroterra. A questo punto si ritorna verso Giurdignano (imboccando la strada comunale Giuggianello-Giurdignano) , proseguendo fino ad attraversare la Palmariggi-Minervino.

 

Fonte: Salento istruzioni per l'uso


“Mamma li Turchi” è il grido che nella cultura popolare salentina racchiude insieme la tragedia di Otranto del 1480 e il clima di continuo allarme di quegli anni quando le scorrerie erano all’ordine del giorno. “Mamma li Turchi” è anche il nome di un itinerario molto particolare, tracciato dal Gruppo Speleologico Leccese “Ndronico”, che ripercorre uno dei tratti din costa più suggestivi ed esposti proprio alle incursioni dei turchi. Non a caso si parte da Torre Sant’Andrea, minuscolo porticciolo scavato nella morbida roccia calcarea che, al contatto con il mare, quasi si scioglie come argilla. Qui c’è una delle torri che l’imperatore Carlo V fece costruire lungo la gran parte delle coste del Regno di Napoli con l’obiettivo di costituire un solido sistema di avvistamento e difesa dagli invasori. Si imbocca una strada sterrata che percorre la scogliera, alta una decina di metri e a picco sul mare. Diversi faraglioni isolati e la morfologia delle falesie mostrano l’erosione e la corrosione subita. Il mare, il vento e la pioggia attaccano, infatti, questa roccia -il calcare- scolpendo su di essa infiniti geroglifici e scavando al suo interno anfratti e grotticelle.

La costa rocciosa degrada lentamente fino a scomparire. Ed ecco che si apre la lunga spiaggia di Frassanito che prosegue ininterrotta fino agli Alimini. Qui si trovano alcune tra le dune più alte della Puglia. Sono vere e proprie collinette di sabbia a ridosso della costa, tenute insieme da una singolare vegetazione che resiste al sale e ai forti venti. Proseguendo a camminare sulla spiaggia di Alimini, si oltrepassa Frassanito per giungere vicino al villaggio Serra degli Alimini 1. Qui si incontrano i ruderi ti Torre Fiumicelli, costruita tra il 1580 ed il 1585. Si vede ancora, osservando la costruzione, la forma tronco-piramidale originale. Il sistema difensivo voluto da Carlo V si basava su una serie continua di torri in grado di comunicare tra loro mediante segnali sonori o visivi. In caso di pericolo venivano allertate immediatamente le torri più vicine, quelle che si trovavano a vista. Si ritorna verso la costa, continuando a camminare parallelamente al mare. Si percorre ancora in spiaggia tutto il tratto degli Alimini, uno specchio d’acqua particolarmente amato dai surfisti e velisti perché presenta le condizioni ideali per questi sport.

Terminata la lunga spiaggia, la costa torna ad essere rocciosa e gradatamente si risale di qualche metro. Dopo aver attraversato un piccolo bosco si sbuca in piena Baia dei Turchi, il luogo è davvero incantevole e fa gola a molti operatori turistici. Superato il Casino dei turchi (una piccola masseria fortificata), si prosegue sempre lungo la costa fino a raggiungere Torre Santo Stefano, costruita nel XVI secolo. Continuando a camminare lungo la strada parallela alla costa, si costeggia il camping Mulino d’Acqua che prende il nome dalla splendida e piccolissima insenatura. Il costone di roccia sul mare, molto porosa, fino a pochi anni fa trasudava acqua sorgiva, dando vita a veri e propri mulinelli di goccioline d’acqua. Più avanti, appena è possibile tornare proprio in riva al mare, si aprono altre piccole insenature che vale la pena di vedere prima di raggiungere Otranto. Tra queste ce n’è una all’interno della quale si trova la Grotta Monaca, forse chiamata così perché una volta ricovero della foca monaca.  La grotta è accessibile dal mare ed è lunga circa duecento metri.

 

Fonte: Salento istruzioni per l'uso


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